La prima abbuffata

about 22 settembre 2019

Quando soffri di disturbi alimentari non fai altro che vivere in una sofferenza, costante e incessabile. Credo che la differenza tra dolore e sofferenza sia la seguente: il dolore è lancinante e non ti lascia via di scampo; è come se il tuo corpo fosse attraversato da mille lame. La sofferenza invece è piccola ma perenne e non ti abbandona mai; è un lento tentato suicidio con un pugnale con una lama tonda. Un incubo. I disturbi alimentari sono così: non hai mai tregua, anche quando pensi di avercela fatta davvero.

La prima volta in cui mi sono consapevolmente abbuffata avevo 13 anni. È stato un pomeriggio prima del mio esame di terza media, non era tanto freddo quindi poteva essere marzo o aprile. Mi ricordo che avevo una maglietta a mezze maniche. Quando facevo le superiori e le abbuffate sono diventate la normalità nella mia vita, mi è capitato di pensare a quel fatidico giorno cercando una motivazione. All’epoca collegai quel primo episodio allo stress per l’esamino delle medie, ma oggi so che la scuola difficilmente mi avrebbe potuto scatenare un tale inferno.

Erano anni che ingrassavo a dire il vero, da bambina magra e disinteressata al cibo quale ero, stavo pian piano lievitando senza ragione tant’è che mio padre mi ha sempre affibbiato la pena del metabolismo lento. Metabolismo lento a undici anni, la cosa mi lascia perplessa ancora oggi. Le misure preventive dei miei genitori consistevano nel ripetermi costantemente che avrei dovuto fare sport e che se non lo avessi fatto me ne sarei pentita per sempre (“da grande mi dirai che avevo ragione” la frase più gettonata di mio padre durante il decennio 2002/2012), nel darmi porzioni ben più piccole di qualsiasi cosa ci fosse da mangiare (mio fratello in quel periodo era di una magrezza sconcertante, quindi la mia parte mancante era destinata a lui) e vietarmi il pane come fosse la principale causa dell’obesità nel mondo – ancora oggi non è assolutamente mia abitudine mangiare pane, me lo concedo quando vado a cena fuori o se mi devo fare un panino, nulla di più. Anzi quando la gente mi dice “ah io al pane non potrei mai rinunciare” mi viene un simpatico sorriso sulle labbra, perché io a dire il vero neanche so cosa significhi rinunciare al pane, visto che non mi è stato proprio mai concesso.

Sta di fatto che quel giorno mi avventurai quatta quatta alla credenza e iniziai a mangiare un biscotto da una confezione, uno da un’altra, due noci, due mandorle. Poi mi fiondai al frigo conciliata dal silenzio e dalla solitudine di quella serata. Una fetta di prosciutto, un tortellino, due olive, un pezzo di tonno. E poi il latte, litri di latte. Mandava giù tutto il latte, non sentivo più nessun altro sapore. Col tempo imparai che il latte fosse l’elemento più importante di questi momenti, mi aiutava a staccare e subito dopo, a ricominciare.

Negli anni ho escogitato le tecniche più disparate per mangiare più cose nel minor tempo possibile. Delle volte mi sono sentita geniale per quello che stavo facendo, ma questa è un’altra storia.

da

Ho scritto una marea di cose, ma mai per davvero.

Comments 5

  1. unallegropessimista says on 22 settembre 2019

    Sorella vicina faceva lo stesso, quando andava in crisi svuotava il frigo, senza distinzione tra dolce e salato. E’ passata da una cura di dimagrimento all’altra chiaramente senza risultati, mangiava quando nessuno la vedeva .

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      • unallegropessimista says on 22 settembre 2019

        Quanto tempo hai ?
        La vita è fatta di scelte, lei per scappare da una madre opprimente è finita nelle braccia di un uomo geloso e oppressivo, come si dice dalla brace nella padella.
        Col cibo è stata una lotta continua, ho scritto qualche pezzo su mia sorella a cui voglio molto bene.
        Il cibo era lo sfogo a tutte le sue frustrazioni.
        Il primo passo è volersi bene, ma non a parole, e questo comporta scelte non sempre facili. E’ più facile sfogarsi col cibo che prendere in mano la propria vita.

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  2. almostentirely says on 22 settembre 2019

    Alle volte mi sono abbuffata per noia. Massì, un biscotto. Massì pane e burro. Con la testa anestetizzata mangiavo l’impossibile e la giustificavo come una botta ormonale, magari la sindrome premestruale. Poi per via di una brutta depressione sono tornata a stare dai miei; più precisamente da mia madre (mio padre è un estraneo da troppo tempo). Per la prima volta da anni mi sono ricordata di cosa vuol dire abbuffarsi veramente, con rabbia, con dolore, con foga. E mentre mangiavo e mordevo tutto aggressivamente sembrava quasi che stessi prendendo a morsi me stessa, che mi stessi mangiando l’anima per scomparire definitivamente in un nulla. Il cibo è la mia antimateria. La mia punizione. Il mio premio. Il mio airbag per non finire fracassata dal peso delle mie stesse emozioni.

    Ma. C’è un grande ma. Esiste un modo diverso di interagire con il cibo. Un mondo diverso.
    Ma non è vero che si tratta di volontà o di scelte: è una visione veramente troppo semplicistica su un argomento che invece si sviluppa su diversi piani dell’esistenza. Il cibo è al centro della nostra vita, personale e sociale. È il primo rapporto che abbiamo con nostra madre, il modo in cui celebriamo ciò che resta di buono nelle nostre vite, la tavola a cui facciamo pace. Il rapporto con il cibo non è solo una questione di scelte. La terapia è una buona base per lavorare al problema, ma non è una medicina univoca, che guarisce indistintamente: più che altro è un gigantesco occhio di bue che punta in mezzo al pubblico della tua mente e mette in chiaro cosa scatena cosa.

    L’unico rimedio che ho trovato io, al momento, è molto banale: se hai imparato male a fare qualcosa basta disimparare e imparare di nuovo. Tutto qui.
    Imparo di nuovo a parlare dei miei sentimenti. E li ripeto più volte, specie a chi non vuole ascoltare. Imparo di nuovo a festeggiare me stessa, in mille modi diversi. Imparo a concedermi lo spazio che mi serve, anche nei vestiti. Imparo a trovare altri modi di giustificare la mia esistenza.

    Non sei sola nel tuo viaggio, non esserlo mai. Parlarne apertamente è un passo importante ed a molti fa paura scoprire la complessità che si cela dietro al rapporto con ciò che ingeriamo, ma spesso si entra in risonanza. Tu risuoni in me, in queste righe. Grazie

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