Categoria: about

Febbraio 2019

about, Storie 4 ottobre 2019

Io penso che ci siano dolori insopportabili da sostenere. Dolori per cui ti viene detto che deve passare solo del tempo, e allora tu inerme lo lasci passare. Ma quanto tempo deve passare davvero? Quante ore, quanti sospiri, quanto? Quante volte ancora devi ripensare a tutte le cose che sono successe cercando una motivazione? Quante volte ancora cercherai nella tua mente quel dettaglio, quel piccolo e minuscolo particolare che ha distrutto tutto? Forse un giorno ho sorriso in un modo che non gli è piaciuto più. Oppure è stata quella volta in cui ho lasciato il pane e mangiato solo la mortadella. Oppure quando mi sono soffiata il naso per la prima volta e gli è sembrato un soffiare sciocco. Quanti sono i motivi per cui una persona non ti piace più? Quanti sono quei minuziosi particolari che ti fanno odiare qualcuno, quel sopracciglio un po’ più storto dell’altro, quel suo modo di fare la lavatrice, il suo modo di pulirsi i piedi prima di andare a dormire. Sono tutte cose a cui non si può porre rimedio, perché quando ami qualcuno diventa bello anche quel sorriso che all’inizio proprio non potevi sopportare. Realizzi che i dolori insopportabili lo siano ogni volta, sempre di più. Hai un dolore nel petto e non ti senti in grado di superarlo, poi lo superi e la volta dopo di nuovo uguale. Cos’è tutto questo male di fronte alla morte di qualcuno, ad esempio? Io ho sempre associato la fine di una relazione ad una morte, senza lutto. All’improvviso, di punto in bianco pam pam, qualcuno non fa più parte della tua vita. E se la morte non trova spiegazione, la può trovare un amore concluso?

La prima abbuffata

about 22 settembre 2019

Quando soffri di disturbi alimentari non fai altro che vivere in una sofferenza, costante e incessabile. Credo che la differenza tra dolore e sofferenza sia la seguente: il dolore è lancinante e non ti lascia via di scampo; è come se il tuo corpo fosse attraversato da mille lame. La sofferenza invece è piccola ma perenne e non ti abbandona mai; è un lento tentato suicidio con un pugnale con una lama tonda. Un incubo. I disturbi alimentari sono così: non hai mai tregua, anche quando pensi di avercela fatta davvero.

La prima volta in cui mi sono consapevolmente abbuffata avevo 13 anni. È stato un pomeriggio prima del mio esame di terza media, non era tanto freddo quindi poteva essere marzo o aprile. Mi ricordo che avevo una maglietta a mezze maniche. Quando facevo le superiori e le abbuffate sono diventate la normalità nella mia vita, mi è capitato di pensare a quel fatidico giorno cercando una motivazione. All’epoca collegai quel primo episodio allo stress per l’esamino delle medie, ma oggi so che la scuola difficilmente mi avrebbe potuto scatenare un tale inferno.

Erano anni che ingrassavo a dire il vero, da bambina magra e disinteressata al cibo quale ero, stavo pian piano lievitando senza ragione tant’è che mio padre mi ha sempre affibbiato la pena del metabolismo lento. Metabolismo lento a undici anni, la cosa mi lascia perplessa ancora oggi. Le misure preventive dei miei genitori consistevano nel ripetermi costantemente che avrei dovuto fare sport e che se non lo avessi fatto me ne sarei pentita per sempre (“da grande mi dirai che avevo ragione” la frase più gettonata di mio padre durante il decennio 2002/2012), nel darmi porzioni ben più piccole di qualsiasi cosa ci fosse da mangiare (mio fratello in quel periodo era di una magrezza sconcertante, quindi la mia parte mancante era destinata a lui) e vietarmi il pane come fosse la principale causa dell’obesità nel mondo – ancora oggi non è assolutamente mia abitudine mangiare pane, me lo concedo quando vado a cena fuori o se mi devo fare un panino, nulla di più. Anzi quando la gente mi dice “ah io al pane non potrei mai rinunciare” mi viene un simpatico sorriso sulle labbra, perché io a dire il vero neanche so cosa significhi rinunciare al pane, visto che non mi è stato proprio mai concesso.

Sta di fatto che quel giorno mi avventurai quatta quatta alla credenza e iniziai a mangiare un biscotto da una confezione, uno da un’altra, due noci, due mandorle. Poi mi fiondai al frigo conciliata dal silenzio e dalla solitudine di quella serata. Una fetta di prosciutto, un tortellino, due olive, un pezzo di tonno. E poi il latte, litri di latte. Mandava giù tutto il latte, non sentivo più nessun altro sapore. Col tempo imparai che il latte fosse l’elemento più importante di questi momenti, mi aiutava a staccare e subito dopo, a ricominciare.

Negli anni ho escogitato le tecniche più disparate per mangiare più cose nel minor tempo possibile. Delle volte mi sono sentita geniale per quello che stavo facendo, ma questa è un’altra storia.

L’icona lontana

about 5 settembre 2019

Sono nata il 24 gennaio, il giorno dell’icona lontana. Ammirata ed idolatrata fin dall’infanzia, l’icona lontana se ne sta attorniata da amici e familiari su un piedistallo dal quale non vuole più scendere. Caricata di adorazione e di proiezioni di ciò che gli altri vorrebbero essere, l’icona lontana solleva sulle sue spalle il fardello pesante delle aspettative altrui. In questa posizione eminente rispetto agli altri moscerini che le ronzano attorno idolatrandola, l’icona lontana appare boriosa e piena di sé, fredda e distaccata. Mai analizzare l’icona lontana, potrebbe cessare di essere il grande e maestoso essere sublime che invece appare.

Ancapel è il luogo in cui l’icona lontana splende di una luce pura e interiore che non ha bisogno di riflettere quello che le altre persone vogliono vedere.

Ancapel è quel luogo in cui l’icona lontana è speciale, ma non perché lo dicono gli altri.