Categoria: Affronto

Ancapel a Ancapel

Affronto 30 settembre 2019

Sono giorni in cui penso alle cose che voglio scrivere e in effetti sono un fiume in piena. Sono un fiume di episodi belli, brutti, positivi, negativi. Cammino per strada e non penso ad altro se non a quale potrebbe essere il prossimo testo, come farlo iniziare e poi, come continuarlo. Le parole scorrono nella mia testa come se ogni singola lettera di questa tastiera fosse immersa nell’olio caldo e profumato che si trova negli hammam.

Mi sto auto censurando. Nevicano parole dentro al mio intestino e invece io mi auto censuro. Appena inizio a pensare a un episodio e a come potrei descriverlo, mi rendo conto che la verità fa male, allora cerco di sviare, di correggere il tiro, di trovare qualcosa che sia più corretto da dire, che sia solo su di me, che non metta in mezzo nessun altro.

I miei genitori hanno letto questo blog, e non ne sono stati felici. Che poi ad essere onesta io nemmeno lo so direttamente, perché non ci parliamo. Sta di fatto che mio fratello mi ha scritto una marea di insulti, di frasi banali, di pregiudizi, di qualunquismo, di tentativo di farmi sentire in colpa. Delle cose che miravano solo a ferirmi e a decretarmi come sbagliata. Probabilmente è vero, probabilmente io sono sbagliata. Io sono quell’errore di sistema che manda in tilt il computer. Il fatto è che nella mia famiglia non si parla, non si affronta, non si risolvono mai gli eventi negativi. Si nasconde tutto sotto un tappeto di carta velina che alla prima finestra aperta e al primo spiffero, vola via, spargendo i drammi ovunque. Da sempre, la finestra aperta sono io. Sono quello spiffero maledetto che soffia inaspettato.

Io ho vissuto la mia vita familiare con una tale lucidità, che ancora oggi mi sorprende. Chiudo gli occhi, riavvolgo il nastro e do via allo spettacolo. Ho analizzato i perché e i percome di tutte quelle tragedie che hanno colpito la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia età adulta, cercandone una causa, una ragione, una colpa. In molti casi l’ho trovata, in altri no. Loro invece si sono costruiti una vita dentro ad un meraviglioso castello, pieno di torri, ponticelli e letti a baldacchino, un meraviglioso castello in cui le cose che fanno male non possono entrare, il passato non è gradito. Io non sono così, io sono la sbagliata. Io affronto le cose di petto, non ho paura di niente. Dentro alla mia capanna di legno, parlo degli episodi piacevoli e vomito le cose che mi hanno distrutta.

Mi sto auto censurando. Quanto può essere terribile un meccanismo del genere che si insinua nella propria testa? ”Non va bene quello che vuoi scrivere, cambia argomento”, mi ripeto. Ma non va bene per chi? Per me, per mio fratello o per i miei genitori?

Ancapel è il luogo in cui io sono speciale, ma non perché me lo dicono gli altri. Allora sai cosa c’è? Che le mie lettere, unte di olio, non le metto da parte e non mi Auto censuro più: io amo scrivere e, quando scrivo, amo di più anche me.

Vi voglio bene anche io (almeno credo)

Affronto, Senza categoria 23 settembre 2019

Oggi festeggio una settimana in cui non parlo con i miei genitori. Niente di niente. Non dico ciao, non dico ok, non dico sì no forse boh. Quello che molti potranno pensare a causa di questo anniversario è che probabilmente i miei genitori siano persone accondiscendenti o poco esigenti, e invece vi stupirò con gli effetti speciali: tutto il contrario. Per tutta la vita mi sono chiesta cosa sarebbe successo se avessi smesso di parlargli e mi sono immaginata le botte di mio padre e l’atteggiamento passivo aggressivo di mia madre.

Volete sapere invece cosa sta succedendo? Un bel niente. Credo che mio padre sia talmente stupito da questo mio atteggiamento che non sta neanche reagendo, mi guarda come fossi un alieno o trova scuse per farmi delle domande a cui secondo lui dovrei assolutamente rispondere. E io che faccio? Muta.

Mi ha scritto una lettera qualche giorno fa. Una delle sue solite letterine balsamiche per la sua coscienza, le sue solite lettere che non mi fanno provare niente. Una marea di parole estranee che però riassumono perfettamente i drammi della mia vita.

La lettera finisce così: ti voglio bene (almeno credo) papà.

Mi fa tenerezza tutta questa ignoranza e quindi papà io ti perdono perché non sai quello che dici, ma ancora di più perché non sai quello che scrivi.