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Basta

Senza categoria 23 ottobre 2019

Basta. Voce del verbo bastare. Quanto è bello quando qualcosa è per te abbastanza. Significa che ti riempie e ti colma senza aver bisogno di altro. Bastare a sé stessi sembra davvero essere una di quelle priorità di vita di ogni essere umano. Io mi basto. Significa che non ho necessità di altro dentro di me. Significa che ho raggiunto quel livello di autonomia che mi fa essere davvero indipendente, quel grado di libertà tale per cui chiunque entri nella mia vita è una scelta totalmente mia e se dovesse uscirne sarebbe altrettanto totalmente mia. Perché? Perché mi basto, quindi scelgo consapevolmente a chi dare le chiavi della mia vita. Che bello quando un amore ti basta. Quanto è bello quando è talmente perfetto, quando è così solido che è sufficiente così com’è. Non ne vuoi di più, non ne vuoi di meno. Ricevi un amore che è abbastanza dolce, abbastanza puro, abbastanza travolgente. Il desiderio di non cercare nient’altro, perché quello che hai è assolutamente sufficiente. bastare v. intr. [prob. lat. *bastare«servire di sostegno», di origine incerta]. – 1. a. Essere sufficiente, così che non è necessario o non si richiede di più.

Cosa significa quando in una ricetta c’è scritto “sale q.b.”? Come si fa a sapere davvero quanto sia abbastanza il sale per me o per Luca, Angela, Giovanni, Simona? Interessante in effetti questo volo pindarico. Siamo noi che sappiamo quando sia abbastanza per noi il sale, in base ai nostri personali parametri soggettivi. Ma la torta, composta da tutti gli altri suoi fondamentali ingredienti, lo sa quando è davvero abbastanza.

Ecco, io sono come una torta e per me è abbastanza, non ne posso avere di più. Basta. Non ne posso avere più di litigate, violenza verbale, incomprensioni. Non ne posso più di stare in quella galera che è la mia stanza, non ne posso più di sentirmi sola. Non ne posso più di non essere scelta, di sentirmi abbandonata.

Basta. O forse no?

Apri e chiudi

Senza categoria 9 ottobre 2019

L’estate della maturità ho passato un weekend lungo nella casa al mare di una delle mie più care amiche del liceo. La mia migliore amica del tempo aveva avuto un weekend libero dal lavoro e così avevamo deciso all’ultimo di partire. Dopo svariati tentativi di convincere i miei genitori a lasciarmi la macchina, dopo promesse e preghiere, mi hanno detto sì. Riviera romagnola. Da casa mia cosa saranno state, forse un paio d’ore. Io che di viaggi ne avevo sempre fatti con il contagocce, la vivevo come se stessi andando oltreoceano. In particolare quella casa, è sempre stato il mio paradiso tropicale, con quella piscina e quella sala enorme. Sembrava che si potesse fare tutto lì dentro, come un paese dei balocchi estivo, e noi passavamo le giornate a ridere, bere caffè, mangiare gelati e fumare.

Eravamo tutte belle a nostro modo, ognuna con le sue diversità. Io poi, che quando voglio bene a qualcuno mi sembra sempre la persona più bella del mondo, le vedevo come tre Veneri del Botticelli con i loro costumi colorati che scintillavano grazie ai riflessi dell’acqua azzurra della piscina. Siamo uscite tutte le sere quei giorni, come di prassi quando si andava in riviera dalla mia amica. Ogni sera un locale diverso, un abito diverso, un drink diverso. Abbiamo conosciuto qualche ragazzo quel weekend, un gruppo ci ha invitate al loro tavolo durante una serata in discoteca. Ci siamo fatte una marea di risate e soprattutto, tante chiacchiere nella meravigliosa terrazza che dava sulla piscina.

Eppure c’era sempre un tarlo nella mia testa che mi dava il tormento. Mi paragonavo alle altre e in me spiccava una diversità più evidente: ero la più grassa. Non ero sovrappeso, ma non avevo nemmeno quel fisico minuto e da copertina come lo avevano loro e io non facevo altro che pensarci. Mentre ci divoravamo una scatola di gelati dopo l’altra, io, convinta del mio stupido metabolismo lento, mi promettevo settimane di carestia una volta tornata a casa. Mentivo a me stessa, lo facevo sempre. Sapevo dentro di me che non sarei mai riuscita davvero a privarmi del cibo, ma ogni santa volta ci ricascavo e con tutte le mie forze ripetevo che a sto giro ce l’avrei fatta, che l’anno dopo sarei tornata in quella casa sfoggiando il mio costume scintillante e il mio corpo statuario.

In macchina, durante il viaggio di ritorno, mi sono aperta con la mia migliore amica dell’epoca. Allora gliel’ho detto. Gliel’ho detto che mi ero sentita a disagio per tutto il tempo, che soffrivo di essere quella più in carne, che non capivo per quale motivo su di loro quei gelati sembrava non avessero nessun effetto, mentre io, ingrassavo. Gliel’ho detto che sapevo di non mangiare in modo normale, che stavo male, che mi sentivo diversa, ma non un diverso bello, un diverso brutto, e che ero frustrata perché io, senza una ragione apparente, non riuscivo a dimagrire e soprattutto non riuscivo a smettere di mangiare. Lei mi ha guardata come se fossi stata la persona con meno determinazione di questo mondo e mi ha detto: “parliamoci chiaro, se per te fosse davvero un problema staresti a dieta e ci riusciresti, come ci riescono tutti”.

In quel preciso istante il mio cuore si è chiuso. Penso che la sensazione di non sentirmi capita non mi abbia più lasciato scampo, generando in me quel senso di colpa che mi perseguitava da anni, ma, prima di quel momento, solo all’interno della mia famiglia. Quanto possono ferire delle frasi dette per pura ignoranza? Quanto possono farti sprofondare dentro ad un abisso di traumi?

Oggi so che stavo gridando aiuto alla persona sbagliata, che non tutti sono in grado di empatizzare i disturbi alimentari, che i consigli non sono sempre quelli giusti. Ma quella sensazione di disperato aiuto non accolto ha generato in me una rottura così profonda che, a distanza di anni, quando sento qualcuno consigliare ad un’altra persona di stare a dieta, fa chiudere il mio cuore.

Vi voglio bene anche io (almeno credo)

Affronto, Senza categoria 23 settembre 2019

Oggi festeggio una settimana in cui non parlo con i miei genitori. Niente di niente. Non dico ciao, non dico ok, non dico sì no forse boh. Quello che molti potranno pensare a causa di questo anniversario è che probabilmente i miei genitori siano persone accondiscendenti o poco esigenti, e invece vi stupirò con gli effetti speciali: tutto il contrario. Per tutta la vita mi sono chiesta cosa sarebbe successo se avessi smesso di parlargli e mi sono immaginata le botte di mio padre e l’atteggiamento passivo aggressivo di mia madre.

Volete sapere invece cosa sta succedendo? Un bel niente. Credo che mio padre sia talmente stupito da questo mio atteggiamento che non sta neanche reagendo, mi guarda come fossi un alieno o trova scuse per farmi delle domande a cui secondo lui dovrei assolutamente rispondere. E io che faccio? Muta.

Mi ha scritto una lettera qualche giorno fa. Una delle sue solite letterine balsamiche per la sua coscienza, le sue solite lettere che non mi fanno provare niente. Una marea di parole estranee che però riassumono perfettamente i drammi della mia vita.

La lettera finisce così: ti voglio bene (almeno credo) papà.

Mi fa tenerezza tutta questa ignoranza e quindi papà io ti perdono perché non sai quello che dici, ma ancora di più perché non sai quello che scrivi.