Categoria: Storie

Febbraio 2019

about, Storie 4 ottobre 2019

Io penso che ci siano dolori insopportabili da sostenere. Dolori per cui ti viene detto che deve passare solo del tempo, e allora tu inerme lo lasci passare. Ma quanto tempo deve passare davvero? Quante ore, quanti sospiri, quanto? Quante volte ancora devi ripensare a tutte le cose che sono successe cercando una motivazione? Quante volte ancora cercherai nella tua mente quel dettaglio, quel piccolo e minuscolo particolare che ha distrutto tutto? Forse un giorno ho sorriso in un modo che non gli è piaciuto più. Oppure è stata quella volta in cui ho lasciato il pane e mangiato solo la mortadella. Oppure quando mi sono soffiata il naso per la prima volta e gli è sembrato un soffiare sciocco. Quanti sono i motivi per cui una persona non ti piace più? Quanti sono quei minuziosi particolari che ti fanno odiare qualcuno, quel sopracciglio un po’ più storto dell’altro, quel suo modo di fare la lavatrice, il suo modo di pulirsi i piedi prima di andare a dormire. Sono tutte cose a cui non si può porre rimedio, perché quando ami qualcuno diventa bello anche quel sorriso che all’inizio proprio non potevi sopportare. Realizzi che i dolori insopportabili lo siano ogni volta, sempre di più. Hai un dolore nel petto e non ti senti in grado di superarlo, poi lo superi e la volta dopo di nuovo uguale. Cos’è tutto questo male di fronte alla morte di qualcuno, ad esempio? Io ho sempre associato la fine di una relazione ad una morte, senza lutto. All’improvviso, di punto in bianco pam pam, qualcuno non fa più parte della tua vita. E se la morte non trova spiegazione, la può trovare un amore concluso?

Dieci anni

Storie 25 settembre 2019

La prima volta in cui ho detto che avrei scritto qualcosa di serio, avevo 15 anni. Era il secondo anno in cui facevo la quarta ginnasio al Minghetti (l’anno prima ero stata bocciata) e me ne stavo rilassata sulle calde sedie foderate di velluto blu di un cinema del centro, a causa di qualche assemblea di cui onestamente non ho memoria. Una obbligatoria probabilmente, alle altre non c’era pericolo che io mi facessi trovare a scuola.

Sta di fatto che, appollaiata sulla sedia, guardo quella che era una delle mie migliori amiche del tempo e le dico, fiera: “sto scrivendo un romanzo”. Aveva anche un titolo in effetti, lo avevo chiamato “Lips”, in pratica una brutta copia di Tre Metri Sopra il Cielo (vi lascio immaginare). La protagonista – che ovviamente era la traslazione di me stessa – si chiamava Margherita e tutta la scuola se la contendeva, ma lei amava solo Andrea.

Margherita era tutto quello che non andava bene in me: studiosa, magra, sportiva, piena di amiche e voluta. Io odiavo la scuola, mi misuravo ogni giorno con il mio lievitare, detestavo sopra ogni cosa qualsiasi attività sportiva, avevo una migliore amica e pochissime altre amiche vere, nessun ragazzo mi si avvicinava. Mi sembrava la storia più incredibile di sempre, scrivevo e non vedevo l’ora di arrivare al punto in cui, finalmente, Margherita e Andrea coronavano il loro sogno romantico facendo l’amore. Non avevo pensato ad un vero e proprio finale, ma si intitolava Lips, quindi davo per scontato che ad un certo punto sarebbero iniziati gli intrighi e i tradimenti.

Questo romanzo mi avrebbe finalmente decretata come miglior scrittrice quindicenne del mondo e il mio desiderio più grande era quello di far rivivere nei cuori delle adolescenti la storia d’amore che ognuna stava desiderando. Ricordo ancora la faccia della mia amica: sconvolta ed entusiasta allo stesso tempo. “Diventerai famosissima, nessuno scrive libri così presto. Comprerò il tuo libro di sicuro, ti prego, fallo.”

Fine. Lips è morto in quell’istante, mai più scritta una riga, mai più letto, mai più ritrovato. Da quel momento il mio cervello non era più riuscito ad affrontarlo, poiché Lips era diventato il romanzo che avrebbe cambiato le sorti dell’adolescenza negli anni a venire e quindi io ne ero già piena. Non mi interessava più portarlo a termine perché questo costava troppo in termini di tempo, concentrazione, determinazione. Sarebbe stato un romanzo speciale, era già scritto nelle stelle, quindi doveva essere perfetto. Risultato? La sua stessa idea di perfezione lo rendeva incompiuto. Che poi, ripensandoci, l’idea di perfezione era mia e ad essere incompiuta ero altrettanto io.

Gli anni seguenti li ho vissuti con la consapevolezza che io avrei scritto un romanzo. Dentro di me non c’era mai stato niente di più ovvio. Mi sono creata storie fantastiche, ho articolato frasi piene di passione, ho inventato fiabe solo guardando dei gomitoli di lana. Solo che non era mai abbastanza, così ho nascosto e seppellito questa esigenza nei posti più segreti del mio cuore e in quelli più profondi del mio stomaco, in cui riesci perfino a sentire l’eco. La scrittura era lì, per me, e io la azzittivo a causa della tanto spasmodica quanto ingiustificata ricerca di perfezione.

La prima volta in cui ho pensato di aprire un blog è stato dieci anni fa. Dieci, lunghi, angoscianti, anni, in cui non riuscivo a trovare prima il nome, poi la foto, poi l’inizio, poi la fine, poi poi poi. Dieci anni di racconti quà e là, sparsi in cartelle segrete nel computer rinominate “un giorno”, “capitolo 1”, “romanzo”. Dieci anni in cui non mi sono sentita mai all’altezza di quello che avrei voluto fare davvero: scrivere. Dieci anni di ricerca di una perfezione che, a mio dire, mi avrebbe portata alla felicità. Allora perché ero sempre più triste?

Ci ho messo dieci lunghi anni ad aprire ancapel, e tredici a capire che se voglio scrivere, lo devo fare e basta.

Ed ora, tutto d’un fiato, le parole scorrono come un fiume. Non sono mai stata tanto felice.

Febbraio 2019

Storie 13 settembre 2019

Quelle luci che si materializzavano nel tuo salone, il profumo del Residence di San Martino dove andavo da bambina, la dispensa piena di cibo che non avresti mai mangiato, la lavastoviglie che non veniva fatta andare perché è uno spreco, le posate ordinate maniacalmente, chiamarti amore e poi correggermi imbarazzata, il contachilometri che girava inesorabilmente ogni volta in cui stavamo insieme, le ombre degli alberi nel tuo giardino, le ombre nei bacari. I baloon per il vino rosso, quella camera d’albergo a Bologna, tu che mi guardi e non afferro i tuoi pensieri, tu che mi guardi e afferri i miei. Ti avrei voluto scrivere ogni giorno. Di come mi sono lasciata andare piano, delle mie mani dentro alla tua tasca per riscaldarmi, dalle lunghe camminate per raggiungere i ristoranti, di quella volta in cui hai fatto finta di non vedermi arrivare perso nelle tue letture. Ogni, singolo, giorno. Ti avrei voluto scrivere ogni singolo giorno di quanto mi sia mancato il tuo avambraccio tatuato e quando lo guardavo nella penombra mentre facevamo l’amore, quante cose non si dicono mentre le si vive nonostante quanto siano importanti. Lo avrei descritto minuziosamente quell’avambraccio simbolo indelebile di eros. La coperta di pile azzurra, i post-it, il freddo alle mani e alle ginocchia, le valigie fatte e disfatte. Tronchetto non era mai stato così bello, Venezia non aveva mai avuto così tanto sapore, lo spritz non era mai stato così innamorato.

Ti avrei voluto scrivere ogni fottuto singolo giorno di quella cosa che facevi tu e soltanto tu con le mani, quel piccolo tic, quel gesto che mi faceva innamorare ogni giorno di più.

Io che te lo avrei voluto scrivere ogni giorno quel gesto e invece alla fine non me lo ricordo più. L’ho dimenticato.

Chiavi di riserva

Storie 10 settembre 2019

Quando io e mio fratello eravamo piccoli, mio padre aveva deciso di nascondere una copia delle chiavi dentro un vaso accanto al cancello della piccola veranda dalla quale si accedeva alla sala da pranzo. Quelle chiavi di riserva erano un mondo inesplorato e io solo una volta avevo avuto l’occasione di vederle. Mio padre le arrotolava prima ad uno scottex in modo che ne assorbisse l’umidità, poi le ricopriva di pellicola come secondo strato di protezione e infine le faceva custodire da un sottile sacchetto in plastica di quelli che trovi al supermercato per la frutta e verdura, che tagliava accuratamente di misura perché non ci fosse plastica in eccesso. Io avevo circa sei anni, mio fratello quindi dieci. Ai miei occhi di bambino qualcosa che fosse nascosto dentro a del terreno era a tutti gli effetti un tesoro. Non sono mai stata preoccupata nemmeno un secondo che un ladro potesse recuperare questo piccolo tesoro ed entrare in casa, mi sembrava così al sicuro nascosto da mio padre dentro a quel vaso. Di fatto, i ladri in quegli anni delle chiavi di riserva non sono mai entrati.

Mio padre aveva deciso di nascondere delle chiavi di riserva in modo tale che due bambini abituati a stare liberi a giocare al parco, non restassero fuori casa più del dovuto mentre lui e mia madre erano fuori. Che gesto di onnipotente sicurezza che era ai miei occhi, amore sconfinato e protezione attiva.

La verità è che senza chiavi io e mio fratello ci siamo rimasti poche volte. Ancora ricordo però quanto abbiamo litigato e ci siamo picchiati perché uno dei due aveva dimenticato il suo mazzo dentro casa. Io una volta ci avevo provato a prenderle infilando le mie ditine in quel terriccio, con la paura di incontrare degli insetti viscidi. Ho aperto il tesoro con una fierezza unica, stando attenta a non farmi vedere. E sapete cosa è successo quando mio padre è arrivato a casa? Si è arrabbiato. Mi ha sgridata a più non posso perché quello era il mazzo di riserva. Il mazzo di riserva.

Io e mio fratello non ci azzardavamo a dimenticare le chiavi a casa e soprattutto non ci azzardavamo a prendere quel mazzo di riserva. E allora l’amore sconfinato e la sicurezza dove stavano, se la punizione per aver dimenticato il mio mazzo era quella di restare fuori casa?

Fatto sta che le chiavi di riserva un bel giorno sono sparite, senza che io sapessi quando o perché. Un bel giorno, da grande, qualche anno fa, sono andata a cercarle e non c’erano più. Le chiavi di riserva non c’erano più e con loro se ne era andata una marea di altre cose. Ma non l’amore sconfinato e la sicurezza, perché quelli non c’erano mai stati.